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fonte: mescalina.it
autore: Simone Broglia

LOMè - FIORI SU MARTE - RECENSIONE ALBUM

Cominciamo con la storia dei Lomè che ha inizio quando Ruggeri e Manzoni, rispettivamente voce e pianoforte, decidono di assumere un percussionista che dopo una menzione al World Music Festival di Fivizzano nel 2001 lascia la band ed entra al suo posto, per rinforzare la parte ritmica, Luca Bertinaria (contrabbasso). Con la collaborazione del sax di Stefano Melis si classificano terzi al concorso Strade del Cinema. Si fa così avanti L’Eubage, loro attuale etichetta, con la quale iniziano a progettare il disco che viene portato a compimento con l’arrivo di Andrea Beccaro, batteria e percussioni. Di fronte ad una storia così breve si rimane veramente stupiti dalla qualità musicale di “Fiori su Marte”, loro opera prima. Nel disco non ci sono ospiti o strumenti estranei a quelli sopraccitati, tutto è giocato da pianoforte, contrabbasso e percussioni, che scandiscono ritmiche sincopate sulle quali entra ed esce la voce di Riccardo Ruggeri. È quest’ultima con le sue movenze a costituire lo strumento principale del disco, tutto giocato sul continuo dialogo tra gli arabeschi del piano e le armonie vocali dotate di un’elasticità favolosa nei velocissimi passaggi dal falsetto al cantato con le sillabe aperte e allungate, come nella rumba “Blubù”. “Fiori su Marte” è un disco caratterizzato dalla scarna essenzialità strumentale, da cui non nascono sensazioni, non si sviluppano immagini sonore evocative, eppure è in grado di immergere l’ascoltatore in un vortice da cui è impossibile risalire. Non è un disco facile, né per la poetica dei testi surreale e “maledetta”, né per le strutture musicali e gli arrangiamenti, né per la commistione del jazz con vari stili. I testi ad opera di Riccardo Ruggeri sono molto poetici, i versi e le parole devono seguire i giochi vocali senza disturbarli, adattarsi a diventare cori paralleli, stacchi immediati, acuti o falsetti trascinati, mantenendo anch’essi salti e spezzature nelle tematiche, come se il tutto, dopo essere stato portato a termine fosse stato spaccato, lacerato, disgregato. Certamente la voce è ciò che più lascia il segno, ma anche il pianoforte non è da meno. Basta fare attenzione a come le dita di Andrea Manzoni cuciono armonie in tutte le canzoni per accorgersi dell’impossibilità di metterlo in secondo piano, oppure basta ascoltare in “Buster” o in “Alle spalle”, quando emergono l’improvvisazione e le attitudini più jazzistiche. “È chiamata follia fa paura scivola e va via un rumore qualcosa fa, non è magia”, i Lomè non usano trucchi né magie, la loro opera prima è così spiazzante come nessuna illusione potrebbe esserlo, speriamo continuino così.


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